Una riflessione critica sul saggio “Standard Internazionali di lavoro e lavoro minorile”, di K. Basu, in “Globalizzazione, Istituzioni e Coesione Sociale”, a cura di F. R. Pizzuti, Meridiana Libri, 1999)
I SIL, cioè gli Standard Internazionali di Lavoro, sono misure politiche atte a favorire le nazioni povere nel raggiungimento di un certo livello minimo delle condizioni di vita. A tal riguardo, c’è da rilevare il fatto che sono proprio coloro che ne dovrebbero beneficiare ad opporsi maggiormente ad essi. I paesi del sud del mondo temono che i SIL siano una facciata per nascondere il vero scopo dei paesi sviluppati: il protezionismo. Questo timore sembra parzialmente giustificato, se si riflette sul fatto che la domanda di SIL proviene prevalentemente dalle lobby protezioniste del nord del mondo, e trova la sua ragion d’essere nel concetto secondo cui bassi standard di lavoro nei PVS sottrarrebbero posti di lavoro nei paesi industrializzati. Ora, dati alla mano, si vede chiaramente come le bilance commerciali dei principali paesi esportatori del sud del mondo siano quasi sempre in passivo, quindi è abbastanza plausibile che una riduzione dell’export di tali paesi, causando una diminuzione del loro reddito nazionale, ne ridurrebbe anche le importazioni dai paesi industrializzati.
D’altro lato, le preoccupazioni dei PVS si uniscono al timore che ogni azione condotta in termini di SIL possa causare uno spostamento della produzione verso qualche altro paese in via di sviluppo. Nel mondo attuale, in cui la mobilità dei capitali è elevatissima, ognuno di questi paesi sa perfettamente che i capitali possono facilmente abbandonare il proprio territorio e spostarsi verso un altro, qualora si registrassero aumenti nel costo del lavoro.
L’ambito in cui i SIL hanno trovato maggiore applicazione e hanno suscitato l’interesse dell’opinione pubblica internazionale è sicuramente quello del lavoro minorile. Un esempio di SIL è l’Harkin’s Bill negli Usa che, attraverso il blocco delle importazioni di prodotti realizzati con lavoro minorile, cerca di creare incentivi nelle nazioni esportatrici per modificare i loro sistemi di produzione. Nonostante l’apparente incontrovertibilità dell’intento, bisogna tener presente che i genitori che mandano a lavorare i bambini spesso sono costretti a farlo per sottrarre alla povertà estrema tutta la famiglia, bambini compresi; inoltre la specificità settoriale di interventi di questo tipo rischia di sortire effetti ancora peggiori: se sono (soltanto) le industrie esportatrici ad essere penalizzate, i bambini licenziati nell’industria dei palloni da calcio verranno spostati verso altri settori destinati al consumo interno, come la prostituzione. È proprio ciò che è successo in Bangladesh, dove in previsione di tali leggi i bambini sono stati tolti dai settori relativi all’export, e ne è risultato un aumento della prostituzione giovanile.
Un altro tipo di politica che ha incontrato crescente favore negli ambienti più attivi in questo campo è l’etichettatura del prodotto: essa consiste nell’incollare sui prodotti etichette con un messaggio del tipo “garantito, prodotto senza lavoro minorile” (lo si trova scritto sui palloni prodotti dalla Reebok in Pakistan e venduti negli Usa). Le ragioni dell’accoglienza favorevole si trovano nel fatto che la scelta è lasciata al consumatore, che in base al proprio senso morale può decidere se boicottare o meno i prodotti che non recano quest’etichetta. Ora non c’è nessuno che garantisca sull’autenticità dell’etichetta, a parte la Reebok (che, si badi bene, potrebbe addirittura ricavare dall’etichettatura, anche se dubbia, un aumento della sua quota di mercato); ha cominciato a circolare così una battuta secondo la quale attaccare etichette ai palloni potrebbe essere un’ulteriore attività in cui impiegare bambini. Inoltre, questo provvedimento ha in comune con l’Harkin’s Bill il fatto di colpire una produzione specifica, consentendo spostamenti intersettoriali della manodopera minorile.
Un divieto ex abrupto di utilizzare lavoro minorile porrebbe allora le economie più povere in una situazione sfavorevole, sia perché condurrebbe in molti casi ad un peggioramento delle condizioni di vita, sia perché tali economie non sono in grado di convertire in tempi brevi la loro struttura produttiva. è auspicabile perciò che la riduzione del lavoro minorile avvenga in modo progressivo e nell’ambito di politiche di lungo periodo, che permettano la riconversione dei processi cercando di diluire nel tempo i costi, soprattutto sociali, che questa comporta.
Anche considerazioni extraeconomiche portano a non considerare la soluzione di vietare il lavoro minorile come la migliore. In India, i lavoratori agricoli riferiscono che alcune zone sono così povere che forse la miglior politica sarebbe quella di consentire ai bambini di unire alla scuola qualche attività lavorativa, per permettere loro di sostenere i costi scolastici. Mi rendo perfettamente conto che tutto questo per un occidentale è piuttosto difficile da accettare, ma francamente siamo stati noi del nord ad imporre il modo capitalistico di produzione in tutto il mondo, anche nei paesi la cui storia, tradizioni e cultura non erano compatibili con esso. Dettare loro anche le condizioni per portare avanti i loro sistemi produttivi mi sembra a dir poco paternalisitico.
La cooperazione dei paesi ricchi potrebbe esplicarsi in modo molto più umanitario e proficuo attraverso provvedimenti incentivanti, come la disponibilità di mense scolastiche, pasti gratuiti e sussidi per frequentare la scuola, che potrebbero essere utilizzati per spingere i genitori a ritirare i bambini dal lavoro di propria volontà.
Un pacchetto di misure che favorisca la cooperazione tra i paesi poveri, al fine di mantenere migliori condizioni per i loro lavoratori, probabilmente avrebbe effetti compatibili con un concetto di crescita economica. In questo pacchetto dovrebbero essere posti limiti precisi alle ore di lavoro che i minori possono effettuare e restrizioni relative alla condizioni di lavoro. Inoltre la violazione di un SIL dovrebbe essere sanzionata non con il boicottaggio del singolo prodotto a cui essa è relativa, ma essere più generalizzata, per prevenire non solo spostamenti intersettoriali di manodopera minorile all’interno di un singolo paese, ma anche l’innescarsi di una competizione tra paesi del sud del mondo che vedrebbe vincitori quelli che godono di un maggiore vantaggio produttivo.
Il ruolo dei paesi ricchi in questo campo dovrebbe essere quello di favorire proprio questa cooperazione: invece di imporre regole, si potrebbero aprire maggiormente i mercati alle importazioni dal Terzo Mondo (non so se molti sanno che l’Unione Europea è un’economia praticamente chiusa, con una quota delle importazioni sul reddito complessivo inferiore al 10%; di queste importazioni la maggior parte consiste di petrolio). Questa apertura consentirebbe l’aumento dei salari nei PVS, e, attraverso l’aumento del potere contrattuale dei lavoratori, porterebbe poi ad un più alto tenore di vita.
Va da sé che un’espansione del commercio equo (si veda il mio precedente articolo sul Journal) non porrebbe nessuno dei problemi suddetti.
