Vorrei raccontarvi una storia…
Luglio dello scorso anno: con Christina Heger, maestra di falegnameria, e Patricia Carmo, artista illustratrice, decidiamo, in qualità di costituenda associazione culturale Esthia (www.esthia.net), di presentare alla Casa Internazionale delle Donne (www.casainternazionaledelledonne.org/) un progetto di ristrutturazione di un locale da tempo in disuso, adiacente la bottega di Christina e parte del complesso della Casa, con lo scopo di mettere in piedi uno spazio espositivo che reinterpretasse il concetto – già sufficientemente gettonato nel Quartiere – di galleria d’arte, facendone un polo di riferimento per giovani artiste e artigiane emergenti, un luogo di incontro e confronto con nuovi linguaggi che sapessero ritematizzare in modo nuovo/inedito il rapporto tra gender issues e creazione artistica, mondo creativo. Rinvenendo e rinnovando interrogativi, questioni, nodi indentitari, riflessioni, emozioni…
Il progetto, oltre ad essere stato inviato al Direttivo della Casa, è stato anche sottoposto all’esame della Galleria, oggi Fondazione, Volume! che ha richiesto che fosse esplicitamente inserita nel testo l’eventualità di una collaborazione tra le due strutture.
I mesi trascorrono, la vita nella bottega di Christina e Patricia – che si trova all’interno della struttura della Casa, lato S. Francesco di Sales – riprende i suoi ritmi, smettono le domande insisitenti di risposta e del progetto si perdono le tracce.
Aprile-maggio di quest’anno: scopriamo di avere la possibilità di allestire un’esposizione e, per puro caso, veniamo quasi contemporaneamente a conoscenza dei lavori di ristrutturazione dello spazio della ex-libreria della Casa nonché del designarsi di nuove cariche poco chiare quanto goffe di “addette alla cultura” (aut similia) le quali dovranno dare vita ad una sorta di nuova galleria d’arte per (sempre aut similia) giovani artiste e artigiane emergenti.
Serata inaugurale il 17 maggio.
Abbiamo perciò deciso di presentarci alla riunione aperta inter-associazioni che si terrà sabato 5 maggio prossimo, con il discorso che taglincollo di seguito.
E di andare avanti – ovviamente – confidando che siti come questo facciano da cassa di risonanza nella Rete, e sperando, soprattutto, nel vostro sostegno e presenza per il primo vernissage di Infissi, il 15 maggio, in Via di S. Francesco di Sales 1/C.
Ora lo speech che terrà Christina sabato. Rimando per il testo completo del comunicato, nonché del progetto stesso Esthia per INfissi, a www.esthia.net/infissi.
Dal sito ufficiale della Casa Internazionale delle Donne:
“L’obiettivo del progetto è sempre stato la creazione di una struttura aperta, un laboratorio dove coniugare impresa culturale e servizi. La Casa Internazionale delle Donne, che conta unicamente sull’autofinanziamento, e non ha fini di lucro, è dunque frutto di un forte impulso imprenditoriale, che nasce dal piacere di lavorare insieme con concretezza e senso di responsabilità. L’impegno comune è quello di far crescere la Casa nell’interesse della collettività, interagendo con la comunità femminile internazionale”.
Dice Hannah Arendt, “la vita nel suo senso non biologico, l’arco temporale concesso ad ogni uomo tra la nascita e la morte, si manifesta nell’azione e nel discorso. Con la parola ci inseriamo nel mondo umano”.
Il linguaggio viene inteso allora come attributo connotativo dell’uomo come essere politico e gli uomini che vivono e agiscono nella pluralità possono fare esperienze significative solo quando possono parlare e attribuire un senso alle loro parole. Allo stesso modo l’azione è la condizione umana della pluralità, corrispondente al fatto che gli uomini vivono sulla terra e abitano il mondo; la condizione della vita politica, nella quale l’uomo – l’uno differente dall’altro, ma anche l’uno assieme all’altro – può celebrare ad un tempo la propria identità e la propria differenza. In una sorta di gerarchia al cui vertice stanno l’azione e il discorso come forme dell’attività pura e, perciò, proprie di una comunità vera: è solo la presenza degli altri, che vedono ciò che noi vediamo e odono ciò che noi udiamo, infatti, che ci assicura “della realtà del mondo e di noi stessi”.
A rigore, se dessimo retta alla parola, come la intende la Arendt, dovremmo ritrovare nell’operato e nel vissuto della Casa Internazionale delle Donne il seme di un agire coerente ad essa, che vada verso la creazione di una comunità vera di donne libere e pari, nel rapporto tra le quali rintracciare la nostra più sentita e vera immagine di mondo, la possibilità stessa di fare storia della nostra salvezza. Eppure…
Eppure rivediamo in essa l’eco manifesta di quanto la stessa Arendt scriveva dei regimi totalitari “come destino obbligato, naturale e storico”, come esperienza della’“estraneazione” nella vita pubblica e politica propria di certa conduzione odierna del potere quanto del vivere sociale tout court.
Prevaricazione che ha radici profonde e illustri. Prendendo le forme infatti – come scrive Levinas – della fagocitazione dell’altro e della prevaricazione dell’essere nei confronti degli enti, l’ontologia, ancora fino ad Heidegger, si configura come una filosofia della potenza che porta, inevitabilmente, al dominio e alla sopraffazione del prossimo. E alla violenza teorica dell’approccio ontologico non può che corrispondere, sul piano pratico, la violenza sull’uomo e l’intolleranza verso il diverso.
“La vita activa, la vita umana in quanto è attivamente impegnata in qualcosa, è sempre radicata in un mondo di uomini e di cose fatte dall’uomo […]. Cose e uomini costituiscono l’ambiente di ogni attività umana che sarebbe priva di significato senza tale collocazione; tuttavia quest’ambiente, il mondo in cui siamo nati, non esisterebbe senza l’attività umana che lo produce, con la fabbricazione delle cose; che se ne prende cura, con la coltivazione della terra; che lo organizza, mediante l’istituzione di un corpo politico.
Non potrebbe esistere vita umana, nemmeno quella degli eremiti nelle solitudini, senza un mondo che, direttamente o indirettamente, attesti la presenza di altri esseri umani”. Da Hannah Arendt, Vita Activa.
Questa sarebbe stata l’idea sostenuta dall’Associazione Esthia attraverso il progetto Infissi presentato lo scorso luglio per la Casa Internazionale delle Donne senza ottenere risposta.
Questo sarà il Progetto Esthia per Infissi nonostante il perpetuarsi di certi meccanismi – non sappiamo se molto maschili o semplicemente troppo italiani – di prevaricazione ed accaparramento del potere a discapito della “struttura aperta, laboratorio dove coniugare impresa culturale e servizi” impegnata con “concretezza e senso di responsabilità” “a far crescere la Casa nell’interesse della collettività”.
Questo sarà Infissi nonostante la Casa Internazionale delle Donne.
Una sorta di frontiera. Tra arte e artigianato, ma anche tra genere maschile e femminile, tra ceti sociali che popolano e fanno la storia di questo Quartiere – piccoli e medio borghesi e artigiani e mastri bottegai sopravvissuti all’era di Ikea – e quindi di dialogo tra vecchie e nuove identità della città, ma anche di incontro tra culture diverse laddove i nuovi contorni della città si animano sempre più di storie di immigrazione, di esperienze e provenienze europee, internazionali, di contesti in cui sempre più “condividiamo con tutti gli altri enti, come scrive Hannah Arendt, l’Alterità, la pluralità; poiché “nell’uomo alterità e distinzione diventano unicità e unicità è appunto ciò che l’uomo con la parola e l’azione inserisce nella socialità propria del suo genere”.
Un luogo dove il dialogo tra produzione/creazione e consumo si fa spazio – sempre nuovo – tra fare e farsi opera dell’opera (come direbbe Heidegger) e il posto e il ruolo che all’opera, al manufatto assegna il soggetto, assegnamo noi, cioè, quali artiste, artigiane, donne… Riorientando il nostro Umwelt – l’ambiente in cui ci esprimiamo – che si definisce nel distanziarci/approssimarci agli oggetti, agli utensili del nostro quotidiano, che si sostanzia del nostro uso di essi e della rifigurazione tramite essi dei nostri stessi orizzonti dell’agire.
Aprendo, o riaprendo, in questo lavoro di produzione/creazione – che è ridefinizione di sé e di noi anche nel riallestimento e nella ricollocazione delle opere stesse – inediti scenari di senso con cui confrontarci.
Da cui (ri)partire. Ancora, di nuovo.
Christina Heger, Patricia Carmo, Letizia Tavani
letizia@newbrainframes.org

Prendo con piacere atto che anche qui si comincia a rifiutare (ma non fino in fondo direi) l’Heiddeger che ha insidiato da destra la cultura di sinistra. cattolico e nazista, è ciarpame da cui occorre liberarsi per liberarsi da quella filosofia della potenza che è per la morte. Prevaricazione e totalitarismo che troviamo purtroppo in tanti individui, associazioni e istituzioni cosiddetti di sinistra.
vi auguro successo!!!!!!!!
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