Correva l’anno 1970, con l’affacciarsi delle dittature in Sud America di cui ancora tanto c’è da raccontare. E correva il Brasile di Pelè, pronto ad affrontare un campionato storico, pronto a vincere. Mauro, una decina d’anni, un bambino come tanti, appassionato di calcio e di subbuteo, genitori che lo adorano e un padre che nonostante si stia preparando a scappare si ferma per l’ultimo tiro in porta del figlio prima della loro “partenza per le vacanze”…

L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza è la dittatura e il disordine politico, la laicità e l’integrazione tra culture e religioni diverse, l’amore e la sessualità, la separazione e la solitudine, la morte e la vecchiaia, il  ca lcio e il rito sociale dei mondiali – tutto – visto con gli occhi ingenui di un bambino che è come se si affacciasse al mondo in quell’istante per la prima volta.

Perchè se Mauro di fatto non cresce – e leggerete in giro che questo film non aspira a strutturarsi come Bildungsroman – non matura, non diventa adulto, è vero però che nel linguaggio e nei concetti mediante cui si esprime, c’è tutto quel candore  che imputiamo ai bambini vissuti per lo più sotto l’ala protettiva della chioccia. E, a dirla tutta, anche un po’ troppo, tanto da fargli perdere la credibilità propria del personaggio autentico. Per esempio quando, in chiusa, ormai voce fuori campo che si perde nel viaggio di ritorno spiega che non sa e non vuole sapere cosa significhi esilio ma che ha capito che significa che il padre è così in ritardo, ma così in ritardo che non torna mai più: un bambino di 10 anni sbattuto da un posto ad un altro, separato dalla propria famiglia, spettatore di disordini e sangue, non può non sapere cosa sia la morte e non può non porsi domande un po’ più adulte sulla sua identità.  L’unico motivo  per il quale, credo, si possa considerare l’ipotesi che non sappia queste cose è perché è ancora da venire il bombardamento multicanalmediale della società delle immagini e quindi, forse, i bambini, da bambini, come nella filastrocca del Cielo (”Quando il bambino era bambino“), erano davvero bambini…

Ma questa non è l’unica pecca: se da una parte infatti si deve apprezzare il registro fresco ironico con cui descrive l’assurdità del microcosmo Yiddish in cui viene catapultato Mauro-Moishele, come viene “ribattezzato” dal rabbino capo il piccolo Goy affidato da Dio a loro come un nuovo piccolo Mosé perché venga accolto dalla comunità, nel plurilinguismo (che ovviamente nella versione italiana perdiamo completamente!), nelle macchiette… Dall’altra va detto che l’espediente con cui la sceneggiatura porta – prima di immergere – Mauro in quel mondo è quanto meno pretestuoso: i genitori devono fuggire dal Paese e, fin qui niente da dire, il padre si ricorda solo all’ultimo di avvertire il nonno che gli consegnano il figlio fino a data da destinarsi e, diciamo, anche questo va bene (anche se forse forse prima ci si assicura del sangue del proprio sangue e poi si fanno i bagagli…) ma la morte improvvisa del nonno, che poi vediamo essere uno di quei vecchietti solidissimi e grandi instancabili lavoratori, barbiere puntuale e integerrimo, è un po’ troppo.

Certo capire che il proprio figlio è ricercato come oppositore politico, che potrebbe essere catturato – o meglio rastrellato – torturato e fatto sparire e ricevere questa notizia tra le righe della preghiera di prendersi cura del probabile futuro orfano del proprio figlio, quando è già tutto scritto, tutto pronto, cani alle costole e fiato dei militari sul collo, non è cosa banale, e nella vita vissuta potrebbe essere un buon motivo per morire di crepacuore. Ma la realtà filmica non è il mondo reale e gli eventi eclatanti devono essere ben costruiti/integrati nel plot, giustificati dalla storia e non palesati nella loro vera natura di ingegnosi artifici. Poiché è la coincidenza della morte improvvisa del nonno che innesca gli ingranaggi della storia: Mauro sbattuto in un quartiere e in un contesto completamente alieno e per lui sconosciuto e incomprensibile, il rapporto contrastato ma in fondo pieno di affetto con Shlomo, caricatura dell’Yiddish anziano e solo che vive del suo impegno con la Sinagoga e la Comunità, la comunità stessa degli anziani chiusi osservanti che convivono sfiorandosi senza davvero capirsi con l’universo laico e curioso dei giovani e dei bambini, divisi tra l’attivismo, il calcio, la strada. E questo è lampante e, proprio in quanto tale, ci tradisce perché inattendibile e, cercando di farci respirare il clima e le contraddizioni di quel Brasile e di quegli anni, ci parla della contraddizione di una storia che non avrebbe potuto essere.

Ma ho scritto già troppo o comunque abbastanza, quindi “smetto di scrivere perché smetto di scrivere“.

Buona lettura e – soprattutto – buon sabato.

SCHEDA FILM

L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza (O Ano em Que Meus Pais Saíram de Férias)
Regia: Cao Hamburger
Sceneggiatura: Claudio Galperin, Bráulio Mantovani, Anna Muylaert, Cao Hamburger
Attori: Michel Joelsas, Daniela Piepszyk, Germano Haiut, Paulo Autran, Caio Blat, Simone Spoladore, Eduardo Moreira, Liliana Castro, Rodrigo dos Santos
Produzione: Gullane Filmes, Caos Produções, Miravista
Distribuzione: Lucky Red
Paese: Brasile 2006
Uscita Cinema: 06/06/2008
Genere: Drammatico
Durata: 105 Min


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